EDITORIALE


Cinquantesimo anno

Foto Andreotti


     Il cinquantesimo anniversario della vigente Costituzione italiana coinciderà – nel prossimo dicembre – con il dibattito parlamentare sulle riforme della parte seconda, di cui nel frattempo la Commissione bicamerale avrà redatto un progetto conclusivo, dopo l’esame dell’ingente numero di emendamenti alla prima bozza, presentati per gruppi o individualmente da deputati e senatori.

     Non è un caso che le tre firme in calce al testo del 1947 siano di un indipendente (De Nicola), di un democristiano (De Gasperi) e di un comunista (Terracini). Da sette mesi il fronte governativo unitario si era profondamente diviso; senza che questo incidesse minimamente sul lavoro dei costituenti. Vi era la consapevolezza generale di lavorare ad uno strumento giuridico superiore ad ogni contingenza di maggioranza. E di fatto mezzo secolo è già trascorso con questo modello di Stato, dimostratosi valido per accompagnare la trasformazione dell’Italia dal sottosviluppo nel novero dei grandi Stati industrializzati.
     Quest’ultima affermazione può sembrare contraddittoria rispetto alla decisione di un rifacimento sostanziale della Carta, fermi restando i principi generali. Non è così. Vi è innanzitutto il necessario adattamento delle regole interne a quelle dell’Unione europea. Dalla nascita della Comunità (1957) si sono trovati aggiustamenti che ormai – andando a regime i meccanismi di Maastricht – non sarebbero più adeguati.

Di fatto mezzo secolo è già trascorso con questo modello di Stato, dimostratosi valido per accompagnare la trasformazione dell’Italia. (...)
Ma vi è innanzitutto il necessario adattamento delle regole interne a quelle dell’Unione europea. (...) Va inoltre registrata una crescente aspirazione al decentramento

     Va registrata inoltre una crescente aspirazione al decentramento, che solo in piccola parte fu soddisfatto con l’avvento delle Regioni, a loro volta tenacemente resistenti alle deleghe a Comuni e Province, che erano previste come caratteristiche ineludibili del sistema repubblicano.
     L’accentramento burocratico si è dimostrato negativo anche sul piano della efficienza dei pubblici apparati. Di qui le spinte reattive, purtroppo sfociate anche nelle aberranti teorie secessionistiche.


     Il decentramento amministrativo da tempo non è più considerato sufficiente. Di qui il successo della propaganda federalista, gestita peraltro in una grande confusione e imprecisione di termini.
     Nel primo testo uscito dalla Bicamerale è detto: «La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Regioni e dallo Stato». Se si compara questo testo con quello della vecchia Costituzione («La Repubblica si riparte in Regioni, Province e Comuni») emerge l’adesione alle novità secondo le quali lo Stato ha una valenza concorrenziale con gli altri poteri.

A me sembra che occorra una grande chiarezza. Se si vuole davvero una nazione federale non ci si deve arrivare per approssimazioni; e bisogna avere il coraggio di elencare le strutture federali accanto ai poteri periferici.
     La procedura fissata per le riforme in corso prevede, al termine delle due votazioni espresse dalle Camere, che il testo venga comunque sottoposto al giudizio di un referendum popolare. Anche questo richiede una grande attenzione, schivando intransigenze e particolarismi. Essendo infatti il Sì o il No non su parti separate, ma all’intero, sarebbe esiziale che vi fossero punti inaccettabili da una parte non irrilevante di cittadini. Pensavo a questo quando ho citato all’inizio la lungimiranza superpartitica dell’Assemblea del 1946-47.

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     Sullo sfondo di queste considerazioni si pone il problema del primato del Parlamento, al quale certamente nessuno può pensare di sottrarre le decisioni almeno sulla politica estera e la sicurezza militare. A forza di criticare – a ragione o a torto e spesso con tanta imprecisione – il parlamentarismo e il consociativismo, si è finito con lo sbiadire la centralità della massima istituzione rappresentativa.
     Sono collegabili a questo moto corrosivo alcuni punti, che hanno anche una validità autonoma, ma che indulgono a tendenze pericolose.
     La stessa proposta di fare eleggere dal popolo il presidente della Repubblica si colloca in questa ottica di riduzione dei meccanismi della rappresentanza.

A me sembra che occorra una grande chiarezza. Se si vuole davvero una nazione federale non ci si deve arrivare per approssimazioni; e bisogna avere il coraggio di elencare le strutture federali accanto ai poteri periferici

Reso così omaggio al popolo sovrano, si lavora però con cura a circoscrivere i poteri dell’eletto, che non dovrebbe mai far premio sul governo, a sua volta messo in una cornice forte anche di fronte alle Camere, delle quali, secondo le linee in esame, non occorrerebbe l’investitura iniziale, ipotizzandosi solo una mozione di sfiducia tipo francese.
     Altro ossequio diretto verso i cittadini è rappresentato dalla proposta di ampliamento delle materie sottoponibili a referendum. Si vorrebbe includere in questo contesto anche l’appello popolare contro i trattati internazionali.

Si pone il problema del primato del Parlamento, al quale nessuno può pensare di sottrarre le decisioni almeno sulla politica estera e la sicurezza militare.
A forza di criticare il parlamentarismo e il consociativismo, si è finito con lo sbiadire la centralità della massima istituzione rappresentativa

Lo ritengo un punto grave e delicato, perché conferirebbe una intrinseca debolezza alla presenza italiana nel mondo, offrendosi una possibilità non solo teorica di rimettere continuamente in discussione le scelte internazionali.
     Che i governi prima di assumere impegni debbano essere certi del consenso delle Camere (che si esprimerà dopo la ratifica) è fuor di dubbio. Basti pensare a quel che fece il governo De Gasperi, richiedendo preventivamente un voto parlamentare di indirizzo, prima di sottoscrivere il Patto atlantico.
     Referendum sono, sulle bozze, previsti a tutti i livelli: nazionale, regionale, comunale. Si sostiene che la Svizzera ha un’abitudine referendaria molto diffusa e frequente; ma mi sembra arduo prendere qualche frammento di un contesto politico-sociale che è molto diverso dal nostro.

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     La discussione è aperta anche sulle competenze del Senato e della Camera dei deputati. A parte il decentramento globale e scartata – mi sembra con larga maggioranza – l’ipotesi monocamerale, si dibatte il tema della dipendenza politica del governo da uno o da ambedue i rami del Parlamento. Nel primo caso, è necessario che l’altra Camera abbia alcune competenze esclusive che ne assicurino una pari dignità. Circa la partecipazione "romana" diretta delle Regioni, Province e Comuni vi sono varie proposte. Io stesso, abbinando questa esigenza alla ristrutturazione del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, ho avanzato l’idea di una Consulta, formulandola così:
     «Per consentire il più ampio coinvolgimento delle autonomie territoriali e delle formazioni sociali, finalizzato alla coesione dei cittadini della Repubblica, è istituita la Consulta economica e sociale.

     La Consulta è composta dai presidenti delle Regioni e delle Province autonome di Trento e Bolzano; da 30 eletti dai sindaci e dai presidenti delle Province; da 40 rappresentanti delle espressioni organiche degli interessi economici e sociali; da 10 esperti in integrazione europea designati dai parlamentari italiani dell’Assemblea dell’Unione.
     Le modalità relative saranno stabilite con legge bicamerale.

Negli atti della Camera dei deputati è registrata, nel resoconto del 13 dicembre 1963, questa lapidaria massima dell’ex guardasigilli Palmiro Togliatti: «La magistratura è un ordine indipendente: essa non è, però, un ordine sovrano. La sovranità appartiene al popolo e per esso al Parlamento.
La critica dell’operato della magistratura, pertanto, è sempre legittima, ed esercitarla costituisce anche una garanzia contro atti di aperta e scandalosa violazione dell’immunità parlamentare»

     La Consulta, che elegge nel proprio seno un presidente e quattro vicepresidenti, coopera alla legislazione in materia economica e sociale; contribuisce alla definizione delle politiche a sostegno dello sviluppo territoriale; esprime pareri sulle questioni che riguardano le autonomie; analizza le direttive europee ai fini del loro recepimento nell’ordinamento italiano».

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     Nessuno ignora che l’Italia sta attraversando un difficile periodo di transizione, del quale la riforma costituzionale dovrebbe essere lo sbocco. Occorre che la politica riprenda il suo ruolo di guida, messo in discussione da incidenti di percorso e, prima di tutto, dal positivo tramonto dell’impero sovietico.
     Si erano aperti vuoti che, come tali, sono stati impropriamente riempiti.
     Negli atti della Camera dei deputati è registrata, nel resoconto del 13 dicembre 1963, questa lapidaria massima dell’ex guardasigilli Palmiro Togliatti:
     «La magistratura è un ordine indipendente: essa non è, però, un ordine sovrano.

La sovranità appartiene al popolo e per esso al Parlamento. La critica dell’operato della magistratura, pertanto, è sempre legittima, ed esercitarla costituisce anche una garanzia contro atti di aperta e scandalosa violazione dell’immunità parlamentare».
     Qualunque riferimento a fatti o persone di attualità è – come si premette nei film – da ritenersi puramente occasionale.