CULTURA

I DESTINI DEL GIUBILEO

PERCHÉ AVRÀ SENSO
ESSERE LÌ IN QUELL'ORA


di Luigi Giussani

     "Quindi giunsero, in un momento predeterminato, un momento nel tempo e del tempo, / Un momento non fuori del tempo, ma nel tempo, in ciò che noi chiamiamo storia: sezionando, bisecando il mondo del tempo… / Un momento del tempo ma il tempo fu creato attraverso quel momento: poiché senza significato non c'è tempo, e quel momento di tempo diede il significato". Le parole di T. S. Eliot, tratte dai Cori da "La Rocca" ci aiutano a entrare nell'avvenimento del Grande Giubileo che fa memoria dell'istante in cui il Mistero che fa tutte le cose si è fatto carne, duemila anni fa, in un paese sperduto della Galilea, nel grembo di una giovane ebrea, Maria di Nazareth.
     Il cristianesimo, infatti, è un dramma che si gioca tutto nella storia, è un avvenimento della storia, come ricorda lo scrittore inglese, grande profeta cristiano. Tutto accade nel tempo della storia umana. Tutto accade nel tempo della storia umana. D'altra parte, i primi che si imbatterono in Gesù lungo le strade polverose della Palestina, chi incontrarono? Un uomo, un giovane uomo ebreo della stirpe di Davide, una persona in carne e ossa che si accompagnava al loro cammino di uomini: li invitava a casa sua, mangiava e beveva con loro, saliva sulla barca del pescatore Pietro e si commuoveva per la morte dell'amico Lazzaro. L'umanità di Cristo - e non la sua divinità - fu il punto di partenza di un flusso di incontri e di avvenimenti che si è disteso nel tempo, fino al presente. "Noi crediamo in Cristo, morto e risorto" ha detto Giovanni Paolo II, "in Cristo presente qui ed ora che solo può cambiare e cambia, trasfigurandoli, l'uomo e il mondo". Qui ed ora.
     Il genio del cristianesimo sta tutto in questa affermazione, come ha intuito quell'altro autentico profeta della nostra epoca che è Charles Péguy: "Il proprio del cristianesimo è questo incastro delle due parti tanto inverosimile: il temporale nell'eterno e l'eterno nel temporale". Il quale poi aggiungeva: "La mistica che nega il temporale è la più propriamente anticristiana".
     Il Mistero che sta all'origine - e alla fine - di tutte le cose si è reso presenza familiare per l'uomo in un istante, in un minuto, in un'ora del tempo umano che sintetizza tutto ciò che noi siamo, passato, presente e futuro. L'istante di un avvenimento che ha la pretesa di rispondere alla nostra attesa di un Messia, di un Salvatore: uno che salvi la vita e ciò che di più caro abbiamo in essa. L'incontro cristiano è con una realtà di tempo e di spazio, con qualcosa di "visibile", di "tangibile", di "udibile" - come disse Giovanni Paolo II -, in cui il Dio fatto uomo è presente. L'incontro è con una realtà integralmente umana. Giovanni e Andrea sulla riva del Giordano videro un uomo che si allontanava, lo seguirono fino a casa sua "e quel giorno si fermarono presso di lui" riferisce il Vangelo, premurandosi di marcare anche l'ora in cui il fatto avvenne: "Erano circa le quattro del pomeriggio" (Gv 1, 39), tanto quell'incontro reale si era fissato nella memoria di uno dei testimoni. Se al "Verbo si fece carne" non si potesse assegnare una data storica, tutto l'annuncio cristiano non sarebbe più l'annuncio di un uomo realmente risorto; di un uomo perciò capace di eliminare il limite che tempo e spazio impongono, e grazie al quale tempo e spazio divengono il fattore della materia che lo spirito umano, finalmente, partecipando dello Spirito di Dio, può usare come segno visibile, tangibile, udibile, cioè sperimentabile della Sua presenza. L'annuncio cristiano svaporerebbe in un'astrazione lontana e, ultimamente, inutile per il nostro presente così tragico e pur cosi teso a una speranza indistruttibile.
     Dire al mondo che "il Verbo si è fatto carne e abita in mezzo a noi" è per noi l'unica risposta ragionevolmente vivente al cinismo e al nichilismo dominanti: non oblitera gli errori umani - ciò che il cristianesimo chiama peccato -, ma rialza l'uomo caduto e lo fa camminare nella storia, come dice ancora Eliot: "Quindi sembrò come se gli uomini dovessero procedere dalla luce alla luce, nella luce del Verbo, / Attraverso la Passione e il Sacrificio salvati a dispetto del loro essere negativo; / Bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre, interessati e ottusi come sempre lo furono prima, / Eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce; / Spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi, tornando, eppure mai seguendo un'altra via".
     Perciò i cristiani fanno "memoria" del momento puntuale dell'Incarnazione e della Sua permanenza nel tempo e nella storia. Il culmine di questa memoria è, da una parte, il dolore della propria collaborazione al male (Venerdì Santo); dall'altra, la letizia sul proprio volto per il già iniziato compimento della speranza (Domenica di Pasqua).
     Il cristiano è così l'uomo che riconosce il Mistero di Dio come si è rivelato incarnandosi: portando un uomo dentro la propria natura, uomo morto per gli uomini e risorto da morte. "Renderò evidente la mia presenza nella letizia dei loro cuori".
     Nel suo drammatico cammino il cristiano vive momenti di dolore, di fatica, di umiliazione e di festa, cioè di gioia. Il cristiano vive una speranza certa come sulla soglia del compimento. Questo il Giubileo esemplifica in momenti estremamente significativi. Duemila anni di questa storia non sono certo un "fatto" trascurabile.

Tratto dal quotidiano
Avvenire del 12 settembre 1997