Era una partita da giocare

 

I documenti riguardanti i rapporti tra i sovietici e i comunisti italiani nel periodo precedente le elezioni fanno emergere la fiducia che questi ultimi avevano in un successo elettorale.
Parla uno storico che ha avuto accesso agli archivi del Cremlino

 

intervista con VICTOR Zaslavsky
di GIANNI VALENTE


 

     C'è un dogma storiografico che da cinquant'anni trionfa nell'interpretazione delle elezioni italiane del 18 aprile 1948. È l'idea secondo cui si trattò di elezioni truccate, dove i giochi erano già fatti, in quanto la divisione del mondo in blocchi inaugurata a Yalta e consolidatasi proprio nel '47 non avrebbe mai permesso e consentito una vittoria elettorale delle sinistre.
     Una documentata e definitiva smentita a questa vulgata dominante è contenuta nel recente volume Togliatti e Stalin, pubblicato nella Biblioteca storica della casa editrice Il Mulino, dove la coppia di storici Elena Aga-Rossi e Victor Zaslavsky analizza i rapporti tra il Partito comunista italiano e la politica estera staliniana alla luce della documentazione inedita conservata negli archivi di Mosca. 30Giorni ne ha parlato con uno degli autori del libro, Victor Zaslavsky. Il professor Zaslavsky, attualmente docente di Sociologia presso la Libera Università degli Studi Sociali Guido Carli di Roma, ha insegnato anche all'Università di Leningrado, alla Memorial University in Canada, all'Università di Berkeley e alla Stanford University in California.

     Quale immagine delle elezioni italiane del '48 esce dagli archivi sovietici? Cosa raccontavano i comunisti italiani a Stalin e agli ambasciatori sovietici in Italia?
     VICTOR ZASLAVSKY: Tutti i documenti riguardanti i rapporti tra i sovietici e i comunisti italiani nel periodo precedente le elezioni fanno emergere l'esagerata fiducia che questi ultimi avevano in un successo elettorale considerato inevitabile. Tra i comunisti era diffusa la sensazione che le elezioni cadessero nella fase culminante della popolarità del Pci. La convinzione del Pci di vincere le elezioni era tale che il dibattito interno e le discussioni con gli emissari sovietici ruotavano non tanto intorno alla vittoria, che appariva quasi scontata, quanto su come reagire nel caso che l'opposizione democristiana non avesse riconosciuto i risultati, ricorrendo a un intervento militare americano.
     Può fare qualche esempio concreto di tale euforia?
     ZASLAVSKY: Alla fine di gennaio, Giuliano Pajetta, a colloquio con un funzionario dell'ambasciata sovietica, sosteneva che "se le elezioni si svolgeranno ad aprile, in piena legalità, porteranno la vittoria alle forze democratiche", per poi aggiungere: "Se ci sarà una vittoria decisiva delle sinistre, le forze reazionarie italiane e americane cominceranno la lotta armata [...]. Questa prospettiva non ci spaventa, perché ora le forze della democrazia in Italia sono più forti e questa volta non saremo noi ad andare in montagna". Negli ultimi due mesi prima delle elezioni, altri dirigenti comunisti tennero informati gli interlocutori sovietici delle buone prospettive per il Fronte democratico popolare, che doveva ottenere non meno del 45-48 per cento dei voti. Nei giorni precedenti il 18 aprile, le visite dei comunisti italiani all'ambasciata sovietica per riferire dati e previsioni sull'esito elettorale assumono un ritmo frenetico. L'8 aprile Togliatti pronosticava un aumento dei voti della sinistra rispetto alle elezioni del '46, soprattutto al sud. Il 14 aprile Matteo Secchia prevedeva che il Fronte popolare avrebbe ottenuto con buona probabilità il 48 per cento dei voti alla Camera e il 52 al Senato. Il giorno dopo lo stesso Secchia tornava dall'ambasciatore sovietico Mikhail Kostylev su incarico di Togliatti per informarlo sulla crescita di simpatia verso il Fronte popolare nell'esercito e nella polizia, e sottolineare che "l'attuale governo non può contare sul sicuro appoggio nemmeno dei carabinieri". Ancora il 19 aprile, prima che i risultati fossero conosciuti, Togliatti discuteva con Kostylev la sua candidatura come presidente del Consiglio dei ministri. Secondo il resoconto di Kostylev, Togliatti gli disegnò questo scenario: "Se il Fronte democratico popolare prenderà un po' di meno del 50 per cento non è da escludere un blocco con Nitti e i repubblicani, ma se il Fronte e i suoi alleati riceveranno più del 51 per cento dei voti per la Camera, sorgerà il problema della candidatura del Fronte per il presidente del Consiglio. Le masse insisteranno su Togliatti. Ma se io accetterò, si verificherà un forte sabotaggio e la resistenza di tutto l'apparato statale, della borghesia e del ceto industriale. Gli angloamericani appoggeranno questo sabotaggio...".
      È opinione comune che l'America non avrebbe mai consentito l'entrata dell'Italia nell'orbita di influenza sovietica per via elettorale. Il viaggio di De Gasperi a Washington nel gennaio '47, e la seguente espulsione delle sinistre dal governo, sono letti come l'inizio dell'asservimento del leader democristiano agli Usa. Le sue ricerche negli archivi dell'Urss hanno confermato questa ipotesi?
     ZASLAVSKY: Nelle relazioni su quegli avvenimenti fatte dai leader comunisti all'ambasciatore Kostylev e da lui trasmesse a Mosca, prevale piuttosto la convinzione della debolezza della Dc e di De Gasperi. Anche il viaggio negli Usa viene visto come un segnale di questa difficoltà, un tentativo di reazione per uscire dalla crisi. E in effetti erano molteplici i segnali della scarsa fiducia degli Usa nelle capacità di De Gasperi di essere all'altezza della difficile situazione. Anche davanti alla decisione di De Gasperi di fare un governo senza le sinistre, nel maggio '47, l'amministrazione Truman aveva avuto accenni di critica, lamentando il mancato coinvolgimento del Partito socialdemocratico. La stessa eventualità di un intervento armato americano in caso di vittoria delle sinistre alle elezioni del '48, che i comunisti davano per scontata nelle loro discussioni coi funzionari sovietici, rimane nel campo delle ipotesi storiche non verificate. Di ufficiale su questo argomento c'è invece il documento del National Security Council del febbraio '48, in cui si definiva la linea da seguire in caso di conquista del potere da parte dei comunisti. In esso si affermava esplicitamente che gli Usa non sarebbero dovuti intervenire "in un conflitto civile di natura interna all'Italia". L'unica eccezione doveva essere costituita dalla conquista illegale del potere da parte comunista. Anche in questo caso però si prendeva in considerazione la possibilità di inviare delle forze militari soltanto in Sicilia e in Sardegna, e soltanto dietro richiesta del governo legale, dando per scontato che l'Italia settentrionale sarebbe rimasta in mano ai comunisti.
     Anche i comunisti, da parte loro, avrebbero potuto imboccare la via dell'insurrezione armata. Quali indicazioni vennero da Mosca?
     ZASLAVSKY: Nei colloqui tra comunisti italiani e funzionari sovietici l'ipotesi di una presa di potere attraverso l'insurrezione armata, pur messa in sordina nel periodo '44-47, non venne mai abbandonata del tutto. L'ordine di consegnare le armi era stato eseguito molto parzialmente. Come ha ricordato Giulio Seniga, l'ex braccio destro di Pietro Secchia, il rappresentante dell'ala insurrezionale, "in ogni fienile c'era un mucchio di armi". Mosca sta bene attenta a non liquidare definitivamente nessuna delle opzioni sostenute dalle diverse ali. Alla fine del '47 Stalin proprio in un colloquio con Secchia in visita a Mosca sostiene l'inopportunità di provocare una guerra civile in Italia, appoggiando la prudenza di Togliatti: "Noi comunisti russi" dice Stalin "consideriamo giusta e corrispondente alla realtà la posizione del Pci e del compagno Togliatti... Riteniamo che non bisogna puntare sull'insurrezione, ma bisogna essere pronti se il nemico attacca". Dunque l'opzione insurrezionale sostenuta da Secchia viene respinta, ma allo stesso tempo Secchia di ritorno dalla Russia viene imposto come vice di Togliatti. Sembra una contraddizione, ma non lo è per chi conosce la politica staliniana, sempre attenta a mantenere aperte tutte le strade.
     Nell'imminenza delle elezioni italiane, il colpo di Stato in Cecoslovacchia risveglia le attese dell'ala insurrezionale. Tale strada non fu imboccata perché la prudenza di Togliatti in quel frangente fu sostenuta e fatta propria da Mosca non tanto in riferimento alla situazione interna italiana, quanto in nome della logica dei blocchi che in quel momento sconsigliava un'iniziativa sovietica nell'area di influenza occidentale. Poco prima delle elezioni, Togliatti tornò a rimettere a Stalin la decisione sulla linea da seguire, ponendo a Kostylev un quesito che l'ambasciatore rigirò a Mosca. "Togliatti" scrive Kostylev "mi chiede di passare agli amici di Mosca la sua domanda: se si deve nel caso di una o più provocazioni da parte dei democristiani o di altri reazionari, iniziare l'insurrezione armata delle forze del Fronte democratico popolare per prendere il potere". Il 26 marzo Molotov, braccio destro di Stalin, telegrafò a Kostylev la risposta del Comitato centrale sovietico per Togliatti. I sovietici consigliavano di reagire con l'uso delle armi soltanto in caso di attacco alle sedi del Pci. Ma il dispaccio aggiungeva che "per quanto riguarda la presa del potere attraverso una insurrezione armata consideriamo che il Pci in questo momento non può attuarla in nessun modo".
     Dunque nel '48 si giocò una partita vera, il cui esito non era già garantito dai pur forti condizionamenti esterni. Come influì quella vittoria sul ruolo internazionale dell'Italia negli anni seguenti?
     ZASLAVSKY: Proprio il fatto di aver conseguito sul campo una vittoria vera, schiacciante quanto inaspettata, assicurò all'Italia democristiana nei decenni a seguire una relativa forza contrattuale e libertà di manovra nella politica estera, all'interno dei pur consolidati rapporti di forza internazionali, anche nei confronti del partner americano. L'Italia acquistò rilevanza internazionale come Paese affidabile, su cui non era necessario esercitare una vigilanza eccessiva.
     I comunisti italiani come spiegarono la sconfitta ai sovietici?
     ZASLAVSKY: I risultati delle elezioni furono un colpo tremendo per i dirigenti del Pci. La reazione iniziale fu di incredulità. "I risultati delle elezioni in molti posti sono così favorevoli alla Dc che sono semplicemente inverosimili. Stiamo cercando le spiegazioni e le troveremo", disse il dirigente comunista Paolo Robotti a un funzionario d'ambasciata russo. L'analisi di Togliatti non era più profonda. Tornando da Kostylev il 26 aprile, spiegò il risultato con gli stessi argomenti, aggiungendo che "c'erano truffe e altre falsificazioni su vasta scala. Si può supporre che la Dc abbia rubato per sé non meno di mezzo milione di voti". Né i diplomatici sovietici né i dirigenti italiani ebbero mai il coraggio di analizzare le vere cause della sconfitta elettorale. Ossia che la maggioranza della popolazione votò secondo la percezione dei propri interessi immediati, valutando in questo anche il peso dei concreti aiuti americani contro le vaghe promesse di maggiore giustizia sociale del lontano modello sovietico.