Il presidente visto da vicino


Emilio Bonomelli, direttore delle Ville Pontificie, ospitò per anni a colazione, nei giorni festivi, l'onorevole De Gasperi e monsignor Giovanni Battista Montini, godendo della fiducia e dell'amicizia di entrambi. Ecco un estratto del suo Diario, pubblicato su Concretezza nel decennale della morte del presidente.

     18 aprile 1948 - De Gasperi aveva chiuso nella sera del venerdì, a piazza del Popolo, la serie trionfale dei suoi comizi, tenuti nel corso di due mesi in ogni parte d'Italia, e che già nel successo personale da lui conseguito avevano fatto ben presagire sull'esito delle elezioni.
     La mattina del 18, di buon'ora, dopo aver votato e ascoltato come ogni domenica la messa a San Pietro, raggiunse la villa, dove si trattenne, senza ricevere visite, fino al pomeriggio del martedì. Nella serata e nella notte del lunedì le trasmissioni della radio e i telefoni del Viminale venivano via via confermando per la Democrazia cristiana una vittoria che superava ogni più rosea previsione.
     L'indomani nella tarda mattinata, con un sole sfolgorante, facemmo una lunga passeggiata sulla via dei Laghi. Ricordo perfettamente che già da quel momento, pur davanti a un successo che gli dava, almeno per la Camera dei deputati, la maggioranza assoluta, De Gasperi manifestò il proposito di non rinunciare alla collaborazione degli altri partiti democratici, verso i quali peraltro anche durante la campagna elettorale aveva dimostrato una incondizionata solidarietà. E se una preoccupazione egli ebbe allora, fu che una parte dei suoi, specie fra i giovani, fosse tentata di praticare una politica, come ora si direbbe, integralista.
     L'imponenza dei suffragi ottenuti dal partito, assiso ormai stabilmente alla direzione della cosa pubblica, riproponeva più acuto che mai all'attenzione di De Gasperi il problema dei rapporti con la Chiesa al cui magistero egli, cattolico tutto d'un pezzo, non poteva non inchinarsi incondizionatamente per quanto ha tratto alla difesa dei valori religiosi; non però per ciò che riguardava i modi e i tempi dell'azione politica. E se egli rivendicava in questo la propria autonomia, era prima di tutto nell'interesse della Chiesa stessa che, col pericolo sempre presente di un risveglio del vecchio anticlericalismo, non doveva essere coinvolta nei rischi e nelle insidie della politica. Di questa, diceva, i responsabili siamo noi, pronti anche a pagare di persona. Non c'era ragione, almeno teoricamente, sosteneva, che per i cattolici italiani si usasse un metro diverso che per i cattolici belgi o francesi o tedeschi.
     La coesistenza nella stessa città dei due poteri ne rendeva necessariamente più delicati i rapporti. "Per questo" lo sentii dire "ci si doveva comportare come se migliaia di chilometri, e non quel breve spazio, separassero il Vaticano dal Viminale".
     D'altronde anche Pio XII da parte sua si è ognora dimostrato rispettoso di tale autonomia, pur non nascondendo talvolta il suo disappunto per le incertezze e le deficienze dell'azione governativa specie nei confronti della minaccia comunista, fino a quando, nel 1947, i socialcomunisti vennero estromessi dal governo. Non ci fu mai nessun intervento diretto del Vaticano nella politica italiana; lo stesso Osservatore Romano si limitava a pubblicare, nelle vigilie elettorali, gli appelli dell'episcopato all'unità dei cattolici.
     Fu sempre osservata da Pio XII nei confronti personali di De Gasperi una norma di grande riserbo e discrezione. Costantemente ricambiata dall'uomo di Stato che si sentiva, prima di ogni altra cosa, figlio devoto della Chiesa. Mai egli avrebbe tollerato una espressione meno che riguardosa verso il Pontefice anche se poteva qualche volta non condividerne vedute e apprezzamenti politici. Mi si consenta accennare a questo proposito a un fatto quanto mai significativo. De Gasperi ha potuto per oltre quindici anni, durante il pontificato di Pio XII, frequentare a Castel Gandolfo l'abitazione di un funzionario vaticano suo amico personale, sul suolo stesso della residenza, anche nel corso dei lunghi soggiorni estivi del Papa (che ne era sicuramente a conoscenza) senza che Pio XII se ne adontasse. E si può aggiungere, fatto anche più singolare, senza che tutto ciò desse luogo a interpretazioni malevole da parte di chicchessia. Cosa che, bisogna convenirne, avrebbe pur trovato qualche apparente giustificazione.
     De Gasperi venne ricevuto due sole volte dal Pontefice e sempre in visite ufficiali, una prima volta il 31 luglio 1946 quando, presidente del Consiglio, accompagnò in Vaticano Enrico De Nicola appena eletto capo dello Stato, la seconda l'11 febbraio del 1949, nel ventennale della Conciliazione. Si possono ricordare, del saluto rivolto da Pio XII a De Gasperi in quella circostanza, le parole particolarmente calorose che ne riconoscevano la dottrina, le insigni qualità di governo e la integrità della vita. All'infuori di queste visite ufficiali De Gasperi non aveva mai sollecitato udienza dal Pontefice, nemmeno quando, dopo la liberazione, quasi tutti gli uomini politici più in vista dei vari partiti, all'infuori di Togliatti, varcarono le soglie del Vaticano. Vale anche la pena di accennare a un altro fugace incontro, se così si può chiamare, fra Pio XII e il presidente quando nel 1950, nell'Anno Santo, ricevendo a San Pietro fra gli altri un pellegrinaggio trentino, il Pontefice, portato in sedia gestatoria, poté riconoscere confusa nella folla la figura di De Gasperi, e volgendosi ostentatamente verso di lui lo salutò e benedisse con larghi gesti della mano, ripetutamente.
     Si fa un gran parlare in questi giorni di un'udienza non concessa nel 1952 e che era stata richiesta per apprezzabili ragioni familiari. Conviene rilevare però, a questo proposito, che da anni Pio XII aveva adottato la risoluzione di non ricevere nessun uomo politico italiano.
     Ritornando per un momento a quei nostri discorsi nella passeggiata sulla via dei Laghi, in quella che fu la più radiosa giornata dello scudo crociato, mi sovviene di un singolare accenno affiorato allora nei pensieri dell'amico scomparso. De Gasperi era ben convinto in quel tempo della necessità di mantenere a ogni costo l'unità dei cattolici, fino a che permaneva l'incombente minaccia di un potente Partito comunista e non si fossero consolidate in Italia le ancora deboli istituzioni democratiche. Ma il travolgente successo di quel 18 aprile gli poté far credere che non fosse lontano il giorno, che egli vagheggiava in cuor suo, in cui i cattolici potessero sul terreno politico separare pacificamente le loro forze - come era stato già, nel Belgio - fra cattolici conservatori, e un movimento più ardito di azione sociale che egli chiamava laburismo cattolico.