EDITORIALE


Un dolore
immutato

Foto Andreotti


     La profonda costernazione di quel 9 maggio, dopo vent'anni è immutata. Si era dissolta, dinanzi alla cruda realtà della sconfitta, l'illusione che alla fine il cosiddetto potere avrebbe dovuto prevalere sul terrorismo. Dopo cinquantacinque giorni di vane ricerche, Aldo Moro veniva restituito cadavere in una strada di Roma scelta, per dare un messaggio politico inequivoco, a ridosso delle Botteghe Oscure e a pochi passi dalla sede centrale della Democrazia cristiana. Le Brigate rosse non avevano soltanto assassinato uno statista di grande rilievo anche internazionale, ma riuscivano a mettere in crisi irreversibile il coraggioso disegno di normalizzazione democratica che aveva già conseguito risultati notevoli, tra ostilità ed incomprensioni molto estese.

9 maggio 1978. Aldo Moro veniva restituito cadavere in una strada di Roma scelta, per dare un messaggio politico inequivoco, a ridosso dalle Botteghe Oscure e a pochi passi dalla sede centrale della Democrazia cristiana. Le Brigate rosse non avevano assassinato olo uno statista di grande rilievo, anche internazionale...

     Che alla ricostruzione dei fatti manchino ancora elementi non marginali lo ha detto esplicitamente il dottor Antonio Marini, che ha sostenuto la pubblica accusa nei processi; e lo ha esposto - in un saggio nel quale all'accorato affetto familiare si unisce la rigorosa abitudine giurisdizionale - il dottor Alfredo Carlo, fratello di Aldo. Si indica come motivo delle lacune la possibilità di ricorso indagativo quasi esclusivamente ai ricordi e alle confessioni degli artefici della tragedia di via Fani e delle macabre udienze clandestine del sedicente Tribunale rivoluzionario.
     Alcune di queste ricostruzioni sono molto dettagliate, come il libro-diario della Anna Laura Braghetti, la padrona di casa della "prigione del popolo", pur se sono leciti dubbi, anche su determinanti omissioni.
     L'operazione di via Fani risulta comunque preparata da molto tempo, con la finalità precisa di catturare Moro, stroncando invece sul posto la vita dei suoi cinque uomini di scorta. A questo riguardo impressiona, sia nelle lettere che nel memoriale di Moro, la totale assenza di ogni riferimento alla strage. Non lo informarono (sul posto poteva essere tramortito), oppure si entra nel campo delle missive non recapitate? Il silenzio al riguardo può addebitarsi anche alla considerazione che il peso di questi cinque morti rendesse ancor meno accettabile la proposta dello "scambio di prigionieri".

Il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro a via Caetani

     La condanna a morte di Moro era stata data per scontata dai brigatisti o, al di fuori del loro riconoscimento politico di partito, avevano lasciato spazi? L'ipotesi di scarcerazione di tredici o di altro numero di carcerati fu un suggerimento di Moro o era nella strategia iniziale?
     Alla stregua degli atti conosciuti non si può dare una risposta certa. Posso solo dire che il caso, spesso evocato, del possibile atto di clemenza per la brigatista Besuschio, fu impraticabile. Il ministro della Giustizia Bonifacio appurò che, essendo la persona soggetta ad altra imputazione con mandato di cattura obbligatorio, anche se il presidente Leone l'avesse graziata sarebbe rimasta in prigione. A sua volta il segnale di buona volontà individuato nell'accoglimento del trasferimento a Napoli, per adeguate cure sanitarie, del carcerato Buonconto era già in corso quando la "sentenza" fu eseguita. La pratica irrilevanza di questa iniziativa mi sembra confermata da tutte le fonti disponibili.
     L'avvilente quesito se Moro potesse esser salvato torna in questi giorni a disorientare l'opinione pubblica, specie quella giovanile. Perché avvilente? Mi è sembrata fin dall'inizio ingiuriosa questa proposizione; anche senza raccogliere le infamie di chi non ha vergogna di affermare che il governo, la Dc o i comunisti non volessero il rilascio del sequestrato. Richiami storici a tradizioni umanitarie sono mal posti.
     Non voglio davvero sottovalutare e tanto meno censurare chi si mosse, pur senza risultati, per trovare una via d'uscita alla perfida avventura; anche se in seguito sono state rivendicate pretese benemerenze, persino di gruppi criminali, senza alcun riscontro effettivo. Anzi...

...ma riuscivano a mettere in crisi irreversibile il coraggioso disegno di normalizzazione democratica che aveva già conseguito risultati notevoli, tra ostilità ed incomprensioni molto estese

     Come pure è da riflettere, per quel che riguarda la ritenuta insufficiente azione delle strutture di polizia, sulle condizioni psicologiche di quegli anni. Lo Stato era da larghi settori della popolazione guardato come avversario o, almeno, come una entità di cui occorreva diffidare. Una piccola misura di sicurezza e cioè il possibile fermo di polizia per quarantotto ore (legge Reale) provocò dure reazioni e fu attivato un referendum nel quale ben sette milioni di italiani si espressero contro.
     L'impossibilità a trattare con i brigatisti era rigorosamente insuperabile. Miravano infatti ad assumere un ruolo di parte politica, con il fine di recuperare al fronte della lotta di classe i ceti popolari che a loro avviso erano stati traditi dai comunisti con l'abbandono anche formale della via rivoluzionaria e con l'accettazione della odiata politica estera occidentale.
     Proprio quest'ultimo rilievo mi induce a soffermarmi su un punto specifico. Si va ripetendo da alcuni che gli americani fossero particolarmente contrariati dall'entrata dei comunisti nel giuoco governativo italiano. Che questo fosse lo stato d'animo nel 1976 (attenti alle date) è verissimo. Vi fu allora la brutta dichiarazione di Portorico con la quale Francia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti diffidarono l'Italia da mutamenti di maggioranza. È tuttora non chiaro se il nostro presidente del Consiglio Rumor e Moro ministro degli Esteri fossero stati tenuti al di fuori della riunione o se, per loro inavvertenza sul contenuto, l'avessero trascurata. Dare consigli o ammonimenti è facile. Ma come si poteva superare senza ardite novità un momento drammatico - anche sul piano delle pubbliche finanze - per la nostra nazione? Lo stesso oratore delle quattro potenze, il cancelliere Schmidt, sapeva bene che l'oro italiano era ormai in pegno presso le banche tedesche e che non avevamo più possibili accessi al credito.

Enrico Berlinguer, segretario del Pci, stringe la mano ad Aldo Moro, presidente della Dc

     Moro assunse, vorrei dire automaticamente, la guida politica della situazione. Cominciò cercando di convincere la Democrazia cristiana a rimuovere l'incomunicabilità con i comunisti. Ci riuscì solo parzialmente, perché il Partito non fu disponibile al colloquio con il Pci ma consentì solo con grande esitazione che potesse averlo l'incaricato di presiedere il governo. Cioè lo stesso Moro. Un momento. A questo punto mi trovai del tutto inaspettatamente ad avere proprio da Moro la designazione presidenziale. Lo fece richiamandosi al 1939 quando, lui presidente centrale degli Universitari cattolici, mi aveva chiamato a dirigere Azione fucina. È vero. Successivamente avevamo avuto idee diverse in politica, specie nell'iter faticoso del centro-sinistra; sembrando a me da ricercarsi il "recupero" - necessariamente lento - di tutto lo schieramento della sinistra parlamentare e non dei soli socialisti. È un discorso che andrà fatto in altra occasione, ricordando anche che l'acquisizione politica separata dei socialisti era stata a suo tempo stimolata fortemente proprio dagli americani (rinvio al libro di Schlesinger su I cento giorni di Kennedy).
     Vi era stato anche un momento di frizione nel 1974 provocato da improvvide iniziative del direttore del Sid generale Miceli del quale Moro aveva illimitata fiducia.
     Nell'estate del 1976 la nostra convergenza fu spontanea. Forse giuocava a favore un momento nel quale più che da intrecci tra le segreterie dei partiti le strategie andavano segnate dal Parlamento e dai suoi gruppi. E quando due anni dopo, i comunisti non ritennero più adeguata la astensione e chiesero l'ingresso nel governo, ripiegando a fatica sulla "maggioranza programmatica", Aldo volle che rimanessi io a palazzo Chigi, dicendo che dall'esterno poteva aiutare di più la svolta.
     L'apprezzamento internazionale per noi nel frattempo aveva avuto una discreta evoluzione. Proprio dal cancelliere Schmidt erano stati espressi eloquenti giudizi positivi.

I funerali di Aldo Moro nella Basilica di San Giovanni in Laterano celebrati da Paolo VI

     I comunisti avrebbero voluto che la compagine ministeriale fosse rimaneggiata per dar loro motivi aggiuntivi di voto favorevole. Moro invece fu del parere opposto proprio per evitare interpretazioni troppo critiche anche all'interno della Dc. Di qui il malumore del Pci che però fu superato per l'impatto della tragedia del 16 marzo.
     Più o meno enunciate, circolano ancora voci di responsabilità estere nella fine di Aldo. Vi è un passo nel memoriale di Moro che può suscitare equivoci. Quando scrive che gli americani erano contrariati e sorpresi per l'adesione dei comunisti al Patto Atlantico, solennemente espressa in Parlamento nel novembre 1977. Si sostiene nel memoriale che all'origine della non belligeranza del 1976 vi fosse il patto di non discutere di politica estera. È proprio vero il contrario. In pieno accordo con Moro, tra Berlinguer e me era stato preso un chiarissimo impegno: i comunisti non chiedevano correzioni in politica estera ed anzi si apprestavano a riconoscerne la validità; nel contempo concordavamo che se i comunisti fossero tornati all'opposizione, io avrei presentato le dimissioni non accettando alcuna sostituzione di voti. Come ho ricordato, nel 1977 i comunisti espressero la loro adesione al Patto Atlantico e confermarono quella già data alla Comunità europea. A mia volta nel 1978, andato in crisi con l'assassinio di Moro il - più o meno bene denominato - compromesso storico, feci uscire dall'aula due senatori democristiani per non sottostare al mutamento di maggioranza conseguente alla scissione di "Democrazia nazionale".
     Penso che Moro, affermando che gli americani non apprezzassero la conversione comunista, volesse forse lasciar credere ai suoi carcerieri che la portata dei cambiamenti fosse molto meno rilevante.
     Ma penso - è delicato e opinabile il discorrerne - che anche le invettive di Aldo contro la Dc come tale e contro alcuni esponenti, me e Zaccagnini in testa, mirassero a creare la convinzione che lasciandolo tornare a casa non sarebbe stato più il nostro riferimento e che passasse anzi ad un nuovo fronte di opposizione.

Non ho volutamente toccato il tema degli interventi del Papa per salvare Moro. Altri potranno correggere inesattezze delle cronache e aggiungere importanti particolari. Con l'affetto del vecchio assistente fucino, Paolo VI fece percorrere tutte le strade possibili

     Vi sono specifici segnali che posso interpretare come rivolti a farci comprendere che la chiave di lettura dei suoi scritti non era quella letterale. Quando, ad esempio, per la nomina alla Montedison del senatore Medici, con cui ebbe sempre grande stima ed amicizia, censura me che non avevo avuto parte nella scelta. Ma non è il solo possibile messaggio. Del resto questa interpretazione poggia proprio sulla conclusione del memoriale così formulata: "Desidero dare atto che alla generosità delle Brigate rosse devo, per grazia, la salvezza della vita e la restituzione della libertà. Di ciò sono profondamente grato. Per quanto riguarda il resto, dopo quello che è accaduto e le riflessioni che ho riassunto qui sopra, non mi resta che constatare la mia completa incompatibilità con il partito della Dc. Rinuncio a tutte le cariche, esclusa qualsiasi candidatura futura, mi dimetto dalla Dc, chiedo al presidente della Camera di trasferirmi dal gruppo della Dc al gruppo misto".
      Circa asserite responsabilità internazionali nel delitto Moro, devo aggiungere a quanto già detto che nei contatti con gli americani ebbi modo di constatare che avevano molto apprezzato il significato della mancanza di un voto contrario dei comunisti - come era nei loro usi - alle leggi di ammodernamento delle forze armate.
     In direzione opposta, cioè su sospettate responsabilità sovietiche, non esistono prove di sorta. Certamente la presa di distanza di Berlinguer che rivendicava l'autonomia dei comunisti europei dal tradizionale "partito guida" di Mosca suscitava laggiù ire e propositi di vendetta, di cui lo stesso Berlinguer era ben al corrente. Ma ci si deve fermare qui.

     Non ho volutamente toccato il tema degli interventi del Papa per salvare Moro. Altri potranno correggere inesattezze delle cronache e aggiungere importanti particolari. Con l'affetto del vecchio assistente fucino, Paolo VI fece percorrere tutte le strade possibili. Ma comprese, senza bisogno che qualcuno lo richiamasse a questo, l'esigenza di fermezza della comunità statale.